La casa a San Lorenzo
La casa a San Lorenzo

La casa a San Lorenzo

1948, San Lorenzo, quartiere operaio di Roma. Ci sono nato io, cosa di per sé abbastanza ininfluente, ma che mi dà la possibilità di condividere qualche ricordo ormai storico.

La casa era una casa “di ringhiera”, un lungo ballatoio che collegava tutte le povere abitazioni e finiva in un cesso comune…
Mio nonno Peppe era relativamente benestante e si era fatto addirittura un bagno in cucina (per utilizzare acqua e scarichi).
Non se la passava male perché era un bravo artigiano, un “facocchio”, aveva un’officina nella quale si costruivano carri, carrozze, le storiche Botticelle che portavano il vino dai Castelli.
Questa sua abilità gli aveva salvato la vita, e gli piaceva raccontarlo.
Quando venne richiamato in guerra, gli fecero fare un “capolavoro”, i macellai erano sadici ma non stupidi, separavano la carne da macello da chi sapeva fare qualcosa di utile, lui realizzò qualcosa al tornio e salvò la pelle! Essere nato a San Lorenzo è stato un gran motivo di orgoglio, il popolo del quartiere è stata a lungo allergico ai sorci neri, tanto che nella loro ridicola marcetta su Roma, evitarono accuratamente di farsi vedere in giro.
Non ho vissuto a lungo qui, ma qualche ricordo è rimasto scolpito nella memoria di un bambino in maniera viva, reale ed indelebile.
La casa nella quale eravamo nati tutti, io mia madre, mio nonno, il padre di mio nonno è adiacente ad un palazzo che ancora oggi conserva i segni dei bombardamenti… ne manca ancora un pezzo… mia madre mi raccontava che quando scendevano i caccia americani, a mitragliare chiunque, come d’abitudine, erano così bassi che si vedevano le sagome dei piloti.
La guerra è sempre uno schifo, ed i ricordi erano ancora molto vivi, nei primi anni ’50. Ma, come sempre e per fortuna, la vita quotidiana si riprende il suo posto, e ci salva.
Di questa quotidianità, una parte importante furono i vicini di casa, la sora Maria e il sor Alipio.
La sora Maria una sera busso’ alla porta, aveva un pentolino in mano e chiese a mia madre “Marcé, te serve un po’ d’acqua calda?
Tutto era utile, la stessa acqua poteva cuocere un uovo e lavare una testa.
Alipio aveva fatto una delle guerre d’Africa, quelle che dettero al duce da avanspettacolo una divisa da condottiero e al mini re sciaboletta il titolo di imperatore!

Mi raccontava che nelle lunghe traversate nel deserto, prendevano a bordo un “negretto”, gli affidavano il volante e gli dormivano accanto.
Finita la guerra aveva fatto l’autista per una linea di corriere privata, Zeppieri e quando comincio a ricordarlo, era pensionato e scriveva a mano i cartelli delle fermate di autobus e tram… erano letteralmente opere d’arte, eseguite su tavolette di legno che poi si inserivano in delle strutture metalliche alle fermate, e cambiavano a seconda delle esigenze… qualcuno si arrampicava, toglieva una tavoletta e la sostituiva con quella aggiornata.
Ma il segno indelebile il sor Alipio me lo impresse grazie alla Balilla: mi insegnò a guidare, ma ero così piccolo che non potevo avere il “controllo”, così mi teneva sulle ginocchia, mi affidava il volante, durissimo, e il cambio, mentre lui gestiva i pedali, freni, frizione, acceleratore… un’esperienza che ti segna la vita!

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